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Qualche giorno fa, Hans Rey — uno dei rider più influenti e rispettati della storia della mountain bike — ha pubblicato una lettera aperta all’industria della bicicletta.
Un testo lucido, tecnico, scomodo. E necessario.

Il messaggio è chiaro: stiamo andando nella direzione sbagliata, e se non invertiamo la rotta, sarà troppo tardi.

Questo articolo nasce da quella lettera, ma vuole andare oltre:
parlare a chi usa — o sta valutando — un’e-MTB sempre più potente,
convinto che più watt significhino più divertimento.
Perché quella scelta ha conseguenze che vanno ben oltre il proprio giro.

Se non l’hai ancora letto, ho già affrontato questo tema dal punto di vista dell’esperienza del rider: E-MTB: il punto non è la potenza, è come la usi.
Oggi voglio andare su un altro piano — quello delle conseguenze reali, legali e normative, di una corsa ai watt che non si ferma.



Il problema ha un nome: power creep

Negli ultimi anni, il mercato delle e-MTB ha imboccato una corsa ai numeri che non accenna a fermarsi. Motori sempre più potenti, torque sempre più alto, assistenza sempre più invasiva. I brand si sfidano a colpi di watt come se stessero vendendo auto sportive.

Il risultato? Una distorsione profonda di quello che una bici elettrica dovrebbe essere.

La normativa europea prevede un limite di 250W nominali per rientrare nella categoria “bicicletta”. Ma c’è un dettaglio tecnico che molti ignorano, e che fa tutta la differenza

Potenza nominale e potenza di picco non sono la stessa cosa.

Un motore dichiarato a 250W nominali può erogare picchi di potenza ben superiori in fase di accelerazione o su pendenze elevate. E oggi sul mercato esistono motori che, pur rientrando formalmente nei limiti nominali, producono picchi decisamente alti.
Questo significa che la sola dichiarazione di potenza nominale non basta a garantire che una e-MTB si comporti, nella pratica, come una bicicletta.

Quando la bici smette di essere una bici

C’è una domanda che dovremmo porci più spesso: 
a che punto un’e-MTB diventa una moto?

Non è una domanda retorica. È una domanda legale, tecnica e sportiva insieme.

Dal punto di vista legale, superare certi limiti di potenza porta automaticamente il veicolo in una categoria diversa: quella dei ciclomotori o dei motoveicoli.
E con quella categoria arrivano obblighi precisi: immatricolazione, assicurazione, patente, casco omologato. Obblighi che oggi non esistono per le e-bike a pedalata assistita — ma che potrebbero arrivare presto, se il settore non si autoregola.

Hans Rey, nella sua lettera, cita casi concreti già in corso negli USA come segnale d’allarme. Ma non dobbiamo guardare lontano: anche in Europa la situazione è in evoluzione. Basta un’ordinanza comunale, una pressione delle associazioni di escursionismo, un incidente di troppo, e interi comprensori possono chiudersi alle e-MTB — o a tutte le bici.

Questi non sono scenari futuri. Stanno già accadendo.


Il mazzo te lo devi fare tu

Qui voglio essere diretto, perché questo è il punto che mi sta più a cuore.

L’assistenza elettrica nasce con uno scopo preciso: ampliare l’accesso alla montagna, permettere a più persone di pedalare, ridurre il gap fisico tra rider di livelli diversi, allungare le uscite. È uno strumento. Un aiuto.

Ma uno strumento che lavora per te — non al posto tuo.

Quando un’e-MTB eroga talmente tanta potenza da rendere quasi automatica la salita, da ridurre lo sforzo fisico a qualcosa di marginale, da trasformare ogni trail in una passeggiata indipendentemente dalla preparazione atletica del rider… 

non è più una mountain bike. È qualcos’altro.

La mountain bike — con o senza motore — è una disciplina che si basa sulla fatica, sulla tecnica, sulla lettura del terreno. Il mazzo te lo devi fare tu. Le gambe bruciano, il respiro è corto, arrivi in cima e quella vista te la sei guadagnata. Questo è il valore dell’esperienza in sella.

Un motore che ti porta su qualsiasi salita senza sforzo non amplifica questa esperienza. La sostituisce.

E quando si sostituisce l’esperienza, si perde anche il rispetto per il trail, per gli altri utenti, per l’ambiente. Con conseguenze che ricadono su tutti.

La responsabilità è di tutti

Rey chiude la sua lettera con un appello a ciascun attore del settore. Lo faccio anch’io, con le parole che sento più mie:

Ai produttori: smettete di competere sui watt. Compete sulla qualità del motore, sulla raffinatezza dell’assistenza, sull’affidabilità. I numeri gonfiati di oggi potrebbero costarci l’accesso ai sentieri domani.

Alle associazioni sportive: il vostro compito è educare e orientare la comunità. Promuovete l’e-MTB per quello che è: uno strumento per pedalare di più e meglio, non per faticare meno. Raccontate il lato sportivo e tecnico della mountain bike, rendetelo desiderabile. Se la narrazione la lasciamo tutta in mano ai brand — che vendono potenza e facilità — perdiamo l’identità di questo sport.

Ai negozianti: vendere e-MTB sempre più potenti — o peggio, sbloccate — potrebbe sembrare un vantaggio competitivo a breve termine. Ma ragionateci: se le amministrazioni decidessero di introdurre obblighi, assicurazione e immatricolazione per le bici elettriche, quante e-MTB si venderebbero ancora? Il mercato che state alimentando oggi potrebbe essere quello che distrugge le vostre vendite domani.

Ai rider: vi serve davvero tutta questa potenza? Vi serve davvero andare più veloci? State usando una bici. Godetevi la pedalata, il paesaggio, la fatica giusta. Non è una gara — è un momento di svago, di libertà, di presenza. Se quello che cercate è velocità e adrenalina senza sforzo, esiste già uno strumento perfetto per questo: si chiama moto. Ed è una scelta legittima. Ma chiamatela con il suo nome.

La mountain bike ha faticosamente conquistato la fiducia delle amministrazioni, degli escursionisti, dei gestori con anni di lavoro, dialogo e comportamento responsabile.
Basta poco per perdere tutto questo.

La corsa alla potenza non è progresso. È una minaccia travestita da innovazione.

Il futuro delle e-MTB — e della mountain bike in generale — dipende dalla nostra capacità di tracciare una linea e di difenderla. Non per paura della tecnologia, ma per rispetto di uno sport che amiamo e di un patrimonio naturale che non ci appartiene: lo abitiamo, lo attraversiamo, lo dobbiamo lasciare intatto a chi verrà dopo di noi.

Grazie a Hans Rey per aver avuto il coraggio di dirlo ad alta voce.

Questi temi li affrontiamo ogni giorno nella MTBMAX Community — tra rider che pedalano e ragionano su cosa significa farlo bene. Se anche tu hai qualcosa da dire su dove sta andando il mondo delle e-MTB, il posto giusto è lì.

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